Reduce da un intenso e caldissimo residenziale in quel di Verbania con la scuola di counseling che ho ripreso a distanza di 15 anni per portarla finalmente a termine! Luogo scelto, un ex convento in barba a chi con la religione ci ha fatto i conti e magari serba ricordi scomodi; a me è andata bene, un pizzico di malignosa curiosità perché la chiesa l’ho sempre vista da lontano e con una distanza imposta e impostata dai miei genitori.

Il tema dei laboratori è stato quello delle Appartenenze .. e già lì ci ho messo praticamente tutto il weekend a capire cosa siano e come declinarle nella mia vita. Sarà stato il caldo che mi ha richiesto un immenso esercizio di immobilità, non proprio nelle mie corde e sarà anche che il mio cervello, nel frattempo, e cioè praticamente una vita si è cibato di altro mollando ricordi, ferite, gioie e sapori in un cantuccio remoto della mia memoria acciaccata …

sta di fatto che mi sono portata a casa interrogativi che sono diventati bisogni, che sono diventati a loro volta scavatori insistenti, sonde infide intente a scovare qualcosa, un residuo di radice, un cordone ombelicale sotterrato nella terra profonda e buia, delle immagini sfocate, dei canti, qualcosa che raccontasse da dove arrivo e chi ero. Perché chi ero è diverso da chi sono!

Ho ripescato pezzi, stralci di vita, cose buone, alcune decisamente meno, ho messo a fuoco con un bisogno che è diventato man mano urgente, doveroso quasi. Non lo facevo da non so quanto, perché la mia narrazione armoniosa e placidamente romantica funzionava e mi aveva permesso di fare le polveri una volta per tutte e finirla lì la cantilena del passato.

Abbiamo fatto una barchetta di carta, che mi ha fatto riaffiorare il mio essere immutabilmente impedita nell’origami e ci abbiamo imbarcato le cose che ci appartengono e che vogliamo portare con noi in un viaggio immaginario, che poi non si è capitato davvero dove portasse .. non aveva importanza la meta, ma il viaggio in sostanza .. slogan potente dei nostri tempi da boomer!  Ma ad ognuno di noi, penso gliene fregava eccome della meta, abbiamo bisogno di sognare fino in fondo, ne abbiamo un fottuto bisogno!

Fin lì ho fatto delle scelte che rifarei anche oggi, vabbè era ieri, forse non fa testo … sono state le domande successive che mi hanno sbarellata … della serie .. cosa hai preso delle tue appartenenze e cosa hai rifiutato?

Rifiutato? Come facciamo a rifiutare totalmente qualcosa con cui siamo cresciuti? Ce l’abbiamo insinuata nel muco, nelle lacrime e in generale in tutto quello che è escremento e che utopisticamente espelliamo dal nostro corpo, ma ce l’abbiamo anche più subdolamente incastrata nelle viscere, come una zecca aggrappata dentro e fa casa, si ciba a scrocco delle tue inaccessibili – per la ratio – membra.

Il rifiuto di per sé non si traduce in eliminazione, crea piuttosto una base su cui rielaborare, modificare, costruirci sopra in opposizione, con rabbia anche e con la mera convinzione che sia quella la cosa giusta, la panacea a tutti i mali …

Ho preso l’acqua, la montagna bianca e le sciate, i Pink Floyd e Battisti, li ho presi da loro e anche i viaggi, la fame di muovermi, chi sta fermo è perduto … no way! A Pietralata, borgata colorata da sfasciacarrozze, insediamenti dei Casamonica o simil cugini, e centro nevralgico di spaccio, mio fratello ed io ce la crescevamo in un eden a suon di  nascondino, sparviero, campana e campetto dell’Itor, clinica in declino dove andavamo a comprare l’arcobaleno o il magic cola, i salti kamikaze dall’altalena, la casa a due piani di Barbie nella mansarda di Pamela amichetta controversa della pubertà. C’era libertà e autonomia, c’era che loro, i grandi, volevano fumare le Ms e parlare di Craxi, crederci ancora al sogno di un mondo giusto e noi avanzavamo, al margine eravamo già altro da loro.

Una delle competenze su cui ho eccelso senza dubbio era scavalcare qualsiasi tipo, forma e grandezza di cancello così bene da farlo poi in gioventù al Colosseo di notte e allo zoo di Roma, ovviamente beccata e portata in commissariato. Ma ero una brava ragazza io! Lo ero davvero, piena di fantasmi, lupi e cappuccetti rossi trasgressivi che mi abitavano dentro, una fame di vita incontentabile, disperata. Ero disperata, ecco! Lacerata dentro perché non mi sentivo di appartenere, avevo il rigetto di molte cose e la sensazione persistente di non essere nel posto giusto, di non essere giusta anche, male più comune di quel che si pensa e che non si dice.

Non mi appartengono i figli, ma io appartengo a loro, mi appartiene questa storia d’amore per niente scontata, non mi appartiene la cultura dei miei genitori, sono capra al confronto, mi appartiene l’afflizione di impormi in tutto il mio essere Daria. Zoe, la mia cagnetta dall’alito fetido mi appartiene, io sono il suo mondo!

Non mi appartengono questi tempi. La politica – si chiama ancora così?-, il rap, gli stivali con 40°, l’approccio olistico che fa olio e il cambiamento climatico. Mi appartiene l’amore per la bellezza, in tutte le sue forme, quando a prescindere da dove e come si esprime, produce espansione del cuore.

Io mi appartengo.