Puntuale e forse anche un pò strega mi sento perchè proprio in questi giorni il tema dell’IA è esploso nella chat dei rappresentanti di classe del liceo scientifico in cui mia figlia frequenta il secondo anno. La preoccupazione condivisa è che gli studenti hanno cominciato a liberalizzare l’uso di ChatGPT per  studiare e affrontare le verifiche … in che modo? Semplicemente lasciando fare, permettendo cioè allo strumento di formulare risposte, scrivere testi e ridurre il loro contributo a qualche errore infilato qua e là, tanto per umanizzare l’elaborato. E come fanno? Con l’uso del cellulare evidentemente contemplato in classe – e sapientemente nascosto laddove non cade lo sguardo del docente –  e quando non lo è, perchè qualche insegnante ne esige il ritiro, se ne rimedia un altro, addetto proprio allo specifico compito. Cosa dicono gli insegnanti quando se ne accorgono? Intervengono con il potere che hanno o presumono di avere: il voto. E quelli che non se ne accorgono, chi li sveglia? Come interviene la scuola? E il ministero, e a ritroso: il Governo, il Garante, le Agenzie addette e l’Unione Europea? Ok, ci risiamo e se non ci siamo troppo bevuti il cervello con la puntata precedente ovvero internet e social, potremmo trovare il modo di intervenire direttamente e tempestivamente evitando l’atteggiamento letargico, passivo e beeeelante che tanto ci contraddistingue … 

Quello che dovrebbe smuoverci è proprio la libertà con cui se ne parla, quasi a legittimare qualcosa che tanto si sa diventerà prassi, abitudine, modalità. O forse è un grido, il loro, inconsapevole e inconscio, una richiesta di aiuto? Diciamo che a me piacerebbe vederla così e forse qualche convinto e appassionato psicopedagogista potrebbe interpretarla come me.

Sono sul fronte per la prima volta come genitore in veste di rappresentante, tanto per sistemarmi la coscienza visto l’assenteismo protratto quando a scuola ci andavano gli altri tre; voce in capitolo in un microcosmo, quello scolastico, divertente, appassionato dove si fa politica nel senso buono del termine, attraverso la condivisione di comuni intenti e qualche valida azione nel benessere, si spera, dei ragazzi.

Prendo coscienza quindi che ai loro occhi, siamo superati; Io personalmente la trovo sartorialmente perfetta l’etichetta di boomer, mi sento catapultata in un’era futuristica, assolutamente dissonante dove stiamo facendo un’epica figura di merda con le nuove generazioni; dal Covid in poi è stata una continua discesa nel baratro dei controsensi in un teatrino degli orrori, abbiamo perso quel pizzico di credibilità insomma e adesso ricucire lo sbrago non è roba da poco … così la mia ricerca prende forma nell’illusione forse di capirci qualcosa.

IA! Perchè temerla e perchè apprezzarla … me lo sono chiesta e leggendo questo testo – Sopravvivere nell’era dell’intelligenza artificiale – ho trovato alcuni spunti interessanti ma per me resta sempre un esercizio faticosissimo l’evitare la trappola della demonizzazione a tutti i costi, per questo mi sono molto concentrata su come l’IA potrebbe rendermi la vita che oggi vivo, migliore! E ho realizzato che io non la uso e non intendo farlo al momento; ok riduttivo come atteggiamento e perchè scriverne così appassionatamente se non fa parte della mia vita? Perchè fa parte della vita dei miei figli e quindi la curiosità galoppa e forse prima o poi mi approccerò anch’io, per desiderio o esigenza si vedrà!

Ho scoperto che a livello religioso esistono vere e proprie divinità dell’IA o costruite ad hoc dall’IA che annoverano migliaia di seguaci. Uno dei punti di partenza sta nel riconoscere i limiti della scienza rispetto ad alcune domande esistenziali per cui diventa importante cercare risposte altrove e ambire a co-evolvere con e attraverso il Dio nella macchina. Si parla di mente collettiva e universale, di mente planetaria, di coscienza simbiotica in grado di collegare gli essere umani con le piante, i funghi, gli animali e quindi con le entità non viventi, come le macchine attraverso interfacce di IA. 

Si arriva poi alla “venerazione” dell’algoritmo Google, un culto che considera il motore di ricerca Google come la cosa più vicina a Dio, sostenendo la tesi per cui esistano molte più prove a favore della divinità Google rispetto alle divinità classiche e tradizionali. 

Ci si preparerà quindi a viaggi intergalattici come parte di un super organismo più grande. È la fantascienza che diventa realtà … ma chi ha creato la fantascienza? non siamo mica stati noi? 

C’è di buono che nella medicina negli ultimi decenni i progressi tecnologici hanno permesso la raccolta e l’archiviazione di grandi quantità di dati: i “big data” che vengono usati per identificare i migliori percorsi diagnostici e terapeutici possibili per i pazienti. Radiografie, risonanze magnetiche, video di endoscopie, elettrocardiogrammi, elettroencefalogrammi, etc oltre ai referti, le anamnesi e le cartelle cliniche, sono tutti strumenti che gli algoritmi di IA gestiscono velocemente e facilmente, dimostrandosi come potenti alleati dei medici in quanto il supporto diagnostico e terapeutico è immediato e preciso. 

La fatica sta però nel considerare che il processo di attribuzione delle etichette ai dati richiede molto tempo e aggiunge un carico di lavoro ulteriore a quello già sostenuto dai medici; questo si traduce in un freno importante per lo sviluppo degli algoritmi. Bisogna infatti considerare il fatto che questo compito, contrariamente ad altri settori, può essere espletato solo ed unicamente da parte di personale specializzato, da chi cioè ha un’elevata competenza di dominio e una scarsa disponibilità di tempo. 

Inoltre va considerato l’ostacolo privacy dei pazienti che ad oggi risulta essere un tema delicato e difficilmente gestibile in campo AI. 

All’atto pratico oggi l’AI viene applicata per identificare i margini tumorali nelle endoscopie, lo studio del movimento dei neonati prematuri in terapia intensiva al fine di rilevare precocemente dei disturbi motorio-comportamentali attraverso l’utilizzo di di registrazioni video ottenuti con telecamere di profondità. L’analisi dei dati raccolti attraverso gli algoritmi di AI rappresenta una strategia per supportare i medici nelle diagnosi. 

La mancanza di strumenti condivisi tra i vari centri ospedalieri impedisce però la condivisione dei dati e limita le valutazioni su larga scala. 

Ma perchè tutta questa importanza all’ottimizzazione del tempo? Perchè accettiamo tacitamente di vivere in fretta? Ma .. soprattutto perchè non possiamo pensarci meno malati e bisognosi? 

A questo proposito una breve digressione che mi preme sulle dita in tastiera … Ho scoperto le 5 leggi biologiche del Dottor Hamer e si è aperto un mondo incredibile di risposte a malesseri e malanni, per cui può diventare possibile pensarci medici di noi stessi; l’approccio è biologico e ha una logica sensata. Non su ogni cosa è certo ma è comunque un ottimo punto di partenza comprendere l’origine del malessere: curare la radice può davvero permettere di pensarci più forti e consapevoli? Lascio ad ognuno di noi la riflessione, passo e chiudo!

grazie ancora a “L’ Indipendente” per avermi aiutata a far luce su un tema complesso e molto articolato. Continuiamo il cammino …