Almeno un paio di volte l’anno, vari i motivi ma il fatto è che mi attira a sè, mi lavora dentro e non finisce mai di provocarmi, capace di farmi sentire parte di qualcosa di grande e pulsante, e altrettanto abile nel farmi sprofondare in una solitudine buia e vana. Mi mette addosso la malinconia per non aver fatto cose nella vita ma non so esattamente cosa; un pò come quei treni che passano e che non prendi e a distanza di tempo quasi te ne penti che chissà cosa ci avresti trovato sopra. Londra mi schiaffa in faccia le occasioni che non mi sono creata, quelle bruciate dalla paura di fallire; sono a galla opportunità, spazi e crescita continua, ovunque vai e ti chiedono coraggio, spalle larghe e sguardo aperto. Ma è un vortice poi, il meccanismo è quello che funziona e per forza se ti ci trovi dentro, vedi passare la tua vita come nei fotogrammi della pellicola di un film, sei un personaggio e il copione diventa la tua zona comfort; quando li incontri gli italiani e succede praticamente ovunque e in ogni momento, te la raccontano la routine londinese, bella perché migliore di quella in patria, non c’è da lamentarsi, il sistema, sistema tutti! Tutti corrono, perché il ritmo è quello, tutto corre. Ma nella corsa forse, c’è anche la paura di stare fermi e ascoltare cosa succede. Trovare il ritmo penso sia una delle sfide più ambiziose in questa città che rischia di prosciugarti e ingannarti anche; ti aggancia quando sei giovane e famelico, quando il bisogno di esplodere è assoluto e ti mette nella condizione di accettare tanto anche troppo; così competi, lotti e sacrifichi per ritagliarti quel pezzetto di gloria, di riconoscimento di cui hai bisogno e accetti compromessi, impari a farlo.

Ogni cosa sembra essere a portata di mano … Si mangia qualsiasi cosa a qualsiasi ora, si compra praticamente di tutto, ci si veste come ci si sente e fanculo alla moda, perché la moda sono io! Si apre e si chiude l’ombrello almeno tre volte al giorno e poi si impara ad accoglierla la pioggia, così come il vento che morde e le nuvole che ti corrono sopra la testa. I grattacieli grattano il cielo e se lo meritano il posto in alto, dentro uomini-formiche che laborano instancabili e ostinati, già prigionieri di un sogno incubo. Alte vette che si infilano nelle nuvole e che rispecchiano il cielo quando il vetro si veste di azzurro; non sfigurano ma devono dire grazie alla convivenza eclettica con il passato, che rende questa città unica, affascinante da morire con le sue dimore vittoriane, georgiane ed è  il mattone rosso a dominare, così come il verde, infilato appena possibile, raramente in fazzoletti di erba  a contornare le case. Quando ci sono, i parchi appaiono immensi e preziosi, indispensabili ad equilibrare il costruito e sono autentici, ospitali e abitati da volpi e scoiattoli sempre molto indaffarati.

È da camminare, anche senza meta, così come spesso accade nel visitare le grandi metropoli, altrimenti il rischio è di limitarsi alle tappe canoniche, quasi obbligate. Così puoi inciampare in uno dei rari negozietti vintage, puro miraggio oggi, dove il made in China impera sovrano; prendere l’overground, da scegliere all’under e viaggiare ancora con lo sguardo curioso; scegliere un localino dove mangiare cibo vero, altrettanto raro nella urban jungle food per eccellenza. E incappare in una manifestazione, quel diritto inalienabile che noi italiani abbiamo dimenticato da qualche parte chissà quando; ritrovarti in un concerto perché la musica è di tutti e per tutti o in una piccola galleria d’arte, insolito e piacevole rifugio al caos perenne. Puoi decidere all’ultimo di andare a vedere un musical o infilarti in un cinema e  sorseggiando un calice di vino, appollaiata su una lussureggiante poltrona reclinata allenare il tuo inglese arrugginito. Vestirti di Londra, per sentirti libera, bella e coraggiosa nel fregartene dei giudizi altrui e tra loro, gli altri, sederti su una scalinata di un qualsiasi monumento, chiesa, edificio a godere del mondo che passa e che si esprime davanti a te. Siamo davvero tutti fratelli e sorelle? Ho avuto spesso la percezione che le persone siano fondamentalmente sole anche se la propaganda del we are all one suona credibile, quasi vera. Poi finisce in un trionfo di piccole e solide comunità dove gli indiani stanno con gli indiani e così i cinesi, gli arabi, gli italiani e gli africani e quando capita di vedere miscugli di razza in mani che si stringono, baci che si incontrano, sguardi che si incrociano, ti fai un’idea di cosa significhi l’inclusione e la bellezza. Tanto da volerci credere ancora e ancora!