“Ma secondo voi i nostri genitori parlavano così tanto di noi?” ho esordito così l’altro giorno quando intirizziti dal freddo, con un gruppo di amici, prendevamo un caffè in un’Antibes offesa dalla pioggia e insolitamente grigia e il senso di nausea ha avuto la meglio su di me. E non perché il caffè fosse cattivo, bè in realtà lo era, piuttosto la sensazione si faceva strada nella mia gola quasi a voler soffocare quelle parole troppo usate, consumate ormai; argomento principale e padrone dello stare insieme è la vita dei figli come se la nostra ormai non avesse più alcun valore; ci si prova a spostare l’argomento sui viaggi, sul lavoro e magari anche sulla leggerezza della vanità tutta al femminile ma poi torna a bomba: il percorso scolastico, le difficoltà, le esperienze sentimentali burrascose, piatte o a montagna russa non ha importanza, ci appropriamo del loro vissuto e lo analizziamo improvvisandoci sapienti psicologhe. Gli uomini di meno, sono meno coinvolti, la storia lo dice, ma noi ci anneghiamo dentro e io che di analisi ne faccio 4 tanti quanti sono i miei figli, ho realizzato che ai loro occhi forse tutto questo suona un po’ patetico oggi e ho la sensazione che la montagna su cui ci avevano eretti si sia sciolta inesorabilmente e la pozzanghera che la sostituisca sia davvero misera! Quando diventano grandi noi diventiamo piccoli, ecco tutto e questo cambio di prospettiva perché è di prospettiva che si tratta, stona, stride e fa male, quindi …. Non va accettato.
Tutta questa attenzione da cosa deriva? Perché sentiamo il bisogno continuo di renderli protagonisti? E perché tutta questa fatica il più delle volte viene sottovalutata, a tratti derisa e spesso manipolata? Di chi siamo figli noi? Della miseria? Della mancanza di comunicazione? Della severità? Forse, ma forse anche no, sta di fatto che siamo cresciuti nell’abbondanza e abbiamo cominciato ad accumulare fuffa, ad analizzare troppo, intortandoci in discorsi altisonanti, dove l’obiettivo era sempre lo stesso: per loro vogliamo il meglio e per questo siamo disposti a tutto! Ma poi ‘sto meglio corrisponde sempre al più costoso e solo per questo dovremmo porci qualche domanda in più, ma poi ‘sto meglio ci mette nella condizione di giudicare tutti quelli che come noi lo rincorrono e ne tirano fuori aria, proprio come noi; ma poi ‘sto meglio a volte ci fa pensare con orrore che stiamo crescendo dei disadattati ma guai a dirlo perché dovremmo mettere in discussione anni di scelte fatte e di soldi spesi …. Ma poi ‘sto meglio è meglio per chi? Per loro, i figli che manco lo hanno scelto e che oggi si ritrovano in un percorso perché – per forza è il migliore – che non può essere messo in discussione se non attraverso un’illuminazione, o forse un fallimento, un cadere rovinosamente e sentire quel dolore che ti ricongiunge ad una parte di te, la più nascosta e silente che se svegliata però può raccontarti un’altra storia, possibilità diverse, precluse a chi ha sempre deciso, i genitori. Ma poi noi saremmo in grado di accettarlo? Quanto abbiamo davvero elaborato e fatto i conti con i nostri fallimenti? Loro se la caveranno questo è certo e noi dovremmo prendere in mano la nostra vita e ricordarci chi eravamo prima e cosa possiamo essere ora, dei fichissimi uomini e donne di una certa età!
Ecco, lo sapevo, nel farmi domande ho finito per analizzarmi e analizzare, quanto me piace, mannaggia!!
A potermi rimpicciolire e volare me lo farei un giro tra di loro ad ascoltarli parlare e sono sicura che di noi parlano poco, ci riconoscono molto, ci insultano un po’ ma poi davvero hanno ben altro a cui dedicarsi. Non sono mostri, tutt’altro! Hanno pochi valori ma buoni ne sono convinta, perché la ricerca del meglio non ci ha fatto perdere pezzi importanti e i fatti, quelli vissuti, hanno raccontato una storia buona. I protagonisti sono loro ma siamo anche noi, non dimentichiamocelo!
Aprile 2023
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