Raccontami del tuo trasloco e ti dirò chi sei! E se la prima sensazione che provi è la nausea, bè, fatti qualche domanda! Il bilancio che ho fatto di questa frenetica e catartica esperienza è racchiuso lì, nella quantità del tutto, un tutto che mi ha travolta e sotterrata. Per ritrovarmi nauseata, ferita e rinnovata – speriamo per molto!-.

Abbiamo mosso un palazzo non una casa e non potevamo fare altrimenti. Non sono bastati i viaggi in discarica, non è stato sufficiente donare, neanche lontanamente vendere, troppo complicato, se non fai pace con quella s da appioppargli davanti perchè allora forse qualcosa riesci a darla via per qualche soldo. Svendere, regalare, dimenticare per strada, ogni stratagemma vale per lasciar andare, sentirsi più leggeri. 

Ho voluto immaginare l’ultimo oggetto da portare via, il pronunciare una parola e sentirla rimbombare nello spazio vuoto, chiudere la porta di casa e consegnare le chiavi a! Quella scena l’avrei voluta scrivere anch’io e recitarci dentro con tutto il mio fiume di emozioni contrastanti e ingarbugliate; avrei voluto perdere il mio sguardo nel vuoto, ricordare il ricordabile; sì mi sarei impegnata nello scegliere un bel ricordo di famiglia, ideale da incorniciare in quell’attimo. Me lo sarei goduta quel momento e invece no! Nulla di tutto questo è successo! è stata una lunga agonia, un protrarsi di spostamenti, un continuo andirivieni che mi ha logorata dentro e nemmeno me ne sono accorta perchè la fatica era la prima, l’unica cosa da gestire in quel momento. Tornare ogni volta, in giorni diversi, vederla diventare un’altra sotto i miei occhi, una pennellata di grigio, 100, 1000 pennellate di topo, chic, shabby, ma perchè! Scappo dal grigio e mi ritrovo nel grigio, la nuova casa è così, ma cosa devo prendere da questo grigio? La mediocrità, il compromesso, l’ambiguità, l’eleganza fredda o la capacità di essere tra il nero e il bianco, con pragmatismo ed equilibrio? Non mi trovo, sono orfana di me stessa, vivo un momento di buio, il grigio è solo l’ultima gocciolina. Perchè la fatica sta cedendo il posto ad altro, al guardarmi indietro e sto lasciando andare la mia vita così com’era, ora tutto è da resettare, anche reinventarmi. Va tutto bene, devo solo infilarlo nella lista dei terremoti già vissuti nel passato, in forme diverse certo, labirinti per lo più, dove uscirne diventa la sfida più grande, tutta in apnea e di corsa. Va bene perchè siamo bravi a colorarci e a colorare tutto intorno, siamo un casino di famiglia con mille idee, ragioni di vita, alberi nel cemento e sarà il nostro nido, dove tornare e restare, per un pò … e va tutto bene perchè scelgo sempre il movimento e non potrei fare altrimenti.

Garibaldi fu ferito ed è lì, ogni mattino. Tiro su le persiane, qui funziona così e me lo sento addosso il suo sguardo severo, pietrificato; con lui sono al sicuro, le mie scamorze affumicate prendono aria prima di rifugiarsi nel reggitutto, salvifico anti gravità; il terzo piano è ideale, il terzo piano aiuta, nessuno mai vedrà, forse, al massimo un notaio centenario che se proprio proprio dovesse armarsi di binocolo, mi sentirei lusingata!

Ma .. non sento più il raglio dell’asino, per noi era Giovanni Valò, lo avevano battezzato così i miei figli, da piccoli, in onore ad un amichetto ignaro che ogni tanto bazzicava per casa; addio a gallo e galline in concerto, proprio sotto alle finestre della nostra camera e poi niente di più, dovevi esser tu a voler scivolare fuori dal letto, trovare un motivo per farlo. Il verde intorno era spento solo tra Gennaio e Febbraio, un buon compromesso a volte reso più dolce da qualche spruzzata di neve che ci regalava le fiabe, il tempo dilatato e quel vago senso di euforia che troppo poco durava. Ma il resto dell’anno lo spettacolo della natura intorno era tutta per noi, in assoluto l’autunno per me così ricco di sfumature, di abbondanza, un preludio all’incalzare dell’inverno freddo e nebbioso, per poi cedere il palcoscenico ad una primavera capricciosa, bagnata e imprevedibile, così femmina!

Sta di fatto che questo trasloco me lo ritrovo disegnato in faccia e non posso farci nulla se non accettarlo, trovare una buona crema e abbondare di trucco, come non ho mai fatto prima perchè totalmente negata. Me lo ritrovo in cose che ad oggi non hanno ancora trovato posto e sono già dimenticate in un angolo, cantuccio sicuro, “sarà per sempre così” mi dice chi ci è già passato, fanno parte della famiglia delle inutili ma imbuttabili, aggrappate ad un senso che però non ha più senso. Mi sveglio la notte che è ormai l’alba, per necessità e non per insonnia, e il gps per trovare il bagno è inevitabilmente attivato. Alcuni schemi mentali sono duri a morire, butto la plastica nell’indifferenziata ritrovandomi improvvisamente confusa nella mia lateralità, confusa nel tempo che scorre e che mi vede impegnata e appagata, stanca e ubriaca del tanto fare, ma con un nuovo senso di leggerezza effimero, fugace ma necessario per affrontare i punti interrogativi che non hanno ancora trovato pace, una risposta.

Scelgo dove comprare il pane, dove bere il caffè, il cinema più vicino, il giro veloce del mattino per Zoe e la sua cacca fumante, metto a fuoco le piste ciclabili, i miei nuovi percorsi. Ristoranti da provare ogni tanto anche se la piazza è misera in materia, fiori e piante perchè anche se non ne compro spesso, me le vado a guardare, ad impararne i nomi per poi dimenticarli, immediatamente. Volti sconosciuti che diventeranno punti di riferimento col tempo, il tempo dei semafori, il tempo della domenica mattina che porta con sè rumori diversi, lenti che ci legittimano ad indugiare, lontani dallo sguardo di Giuseppe! Parto alla ricerca di alberi da fico e li trovo in una città Alta che ogni volta è scoperta nei suoi viali, in quegli scalini nascosti che costeggiano distese di prato, fazzoletti di orti, in un continuo salire e il fiato si fa corto, diventa nuvoletta nel freddo intorno. Bergamo mi ha già agganciata, sono pronta per un nuovo giro di giostra sapendo che se mi tengo bene non mi farò male, se chiudo gli occhi posso essere piuma anche qui e il fico resiste anche tra le mura, proprio come me!