Mai lettura poteva essere piú azzeccata, arriva puntuale a confermare l’insaziabile fame che abbiamo di essere riconosciuti dall’altro e per questo siamo disposti a tutto, per ritrovarci un giorno a fare i conti con la vita, meglio a venti che a cinquanta ovvio, ma la differenza sta nel fatto che quando sei giovane la paura ti fotte, ti attorciglia le budella e fa un male cane, é un dolore fisico che distoglie l’attenzione, fa perdere luciditá, giustifica la debolezza, per lo più il piedistallo cede e il tonfo é inesorabile, necessario se hai la forza di farlo accadere. A cinquanta entrano in gioco i fantasmi, il bisogno di pace soprattutto con te stessa e immagino che invecchiando questa cosa diventi ancora piú forte, impellente. Sta di fatto che pur non nascendo in cucciolata, – io personalmente lo spazio uterino l’ho condiviso e non mi sento per niente generosa a tal proposito – il bisogno primario é quello di sentirsi parte di qualcosa di più grande di quello che siamo da soli ed é così che manco ce ne accorgiamo e cominciamo a perdere il contatto con la grandiosità di cui potremmo essere capaci, la nostra. 

Sono diventata mamma in mezzo agli slogan, ci ho nuotato dentro, mi ci sono aggrovigliata pure, li ho mangiati al posto del pane, li ho usati, manipolati, proposti, recitati, vomitati per poi scoprire con amarezza che erano sopravvalutati… cosí come “scegliere é una cosa molto sopravvalutata! Tante volte é la vita che sceglie per noi e a noi non resta che seguire il flusso cercando di ammortizzare gli urti”. Battisti cantava … “Evitando le buche piú dure, senza per questo cadere nelle tue paure …” e Viola Ardone lo mette in bocca a Meraviglia, il protagonista del suo ultimo libro che per me diventa uno dei migliori letti in questi ultimi anni. Di piccole meraviglie cresce Elba l’altra protagonista, capace di costruire una normalitá nella follia della vita; quella stessa vita assurda, beffarda e crudele per cui una manciata di anni fa le donne “scomode” e cioè quelle che si mostravano esuberanti, eccentriche, nervose, autentiche venivano considerate sbagliate, per questo rinchiuse nei manicomi. La sua Mutti era la nota stonata in un matrimonio non riuscito, il prezzo da pagare una vita spezzata per sempre e la responsabilitá di spezzarne un’altra, quella portata in grembo. Elba impara ad amare nella disperazione, a dare un senso tutto suo a quello che le accade intorno e il piú delle volte si rivela essere il piú azzeccato. Sembra un osso, malconcio, nudo e freddo sul quale piano piano cresce la carne, si rimpolpa, prende luce ma rimane pur sempre un osso e questa consapevolezza é la colonna sonora del libro da cui non si sfugge mai. Elba ha bisogno della sua Mutti, Meraviglia ha bisogno di Elba, Mattia ha bisogno di suo padre cosí come Vera, persino Cana ha bisogno della carezza di qualcuno, del calore di una voce che prende forma sopra di lei. E nel bisogno si accetta la ferocia dell’altro, si impara a tollerare l’ignoranza, il tradimento perché é pur sempre una forma di attenzione. Non é vero che le ferite si dimenticano; fanno il loro dovere, si rimarginano ma restano lì a raccontartela tutta la storia che le ha generate e diventano compagne, a volte protagoniste di scelte perché da quel ricordo lì non sarai mai più libero; così ci costruisci intorno un senso, un’ispirazione e sembra quasi che ti abbiano permesso di svoltare la tua esistenza, sistemarti in fin dei conti. 

Meraviglia ha vissuto come solo sapeva fare, facendo un sacco di errori e poi di cose buone che però non potevano curare gli errori commessi e nel frattempo ha mandato a puttane la sua vita, forse. O forse no. 

Quando arriva il momento in cui ci accorgiamo che il teatrino recitato in primis prende in giro noi stessi? Me lo chiede mia figlia a 22 anni e la sua paura é la mia, il suo dolore sono i miei fantasmi, il suo piedistallo sono i miei sogni infranti che erano per lo più slogan; e mi solleva sentirla spaventata, ne percepisco l’odore e mi conforta, meglio la paura alla rabbia. Secondo il professor Meraviglia “la rabbia ti avvelena i pensieri, non si può metabolizzare… ti si aggruma intorno al cuore come un catarro che ti impedisce il respiro, a lungo andare”. Io aggiungo che la paura ha il tempo contato, finisce quando ci trovi la luce dentro e fai pace con i film perché in fondo sono solo film. Lasciati andare Sofia … che la vita pensa al resto, se riesci evita le buche più dure e se poi arrivano tu salta che magari scopri di saper volare!

Grazie a Viola Ardone per la meraviglia condivisa!