Maciniamo chilometri, le chiappe si stringono, i polpacci lavorano, il corpo tutto è indaffarato nel gestire questo freddo siberiano che ci ghiaccia la punta del naso, si insinua nella testa, dentro le narici e non dà scampo. Ma il cielo è azzurro e questo è un dono, quello che ci serviva per infilarci per ogni dove, prima alla ricerca obbligata di quello che va visto, quindi il girovagare senza meta per godere di quello che si presenta ai nostri occhi. Il ponte delle Catene, che la sera diventa luce, ci collega alla collina di Buda e alle nostre spalle lasciamo il Parlamento, mastodontico edificio testimone di un traguardo raggiunto, la democrazia! Tutto il reale é magnifico, in primis il Bastione dei Pescatori da dove la vista su Pest é mozzafiato; ci imbuchiamo in un ristorantino a caso, il profumo é buono, il gulasch é d’obbligo! Camminare con te amore mio é facile, stesso passo e stessa fame di scoprire ed esplorare. Il ponte che però ci affascina é quello della Libertà, che ci collega alle terme di Gellert e alla loro statua della Libertà che qui, sulla spalla della collina assume tutt’altro impatto rispetto a quella americana.
Le terme ci conquistano: stiamo a mollo per ore, come piace a noi a pettegolare un pò sulla fauna tutta intorno, ma anche nel silenzio; le vasche interne sono ambientate in un complesso termale Art Nouveau e riusciamo ad immaginarle molto più belle di quelle che sono, maltrattate da orde di turisti chiassosi e insolenti, ma anche trascurate da chi dovrebbe mantenerle e curarle.
Torniamo sulla terra ferma, rigenerate, affamate e pronte a nuove scoperte. L’eccitazione ci spinge a superare la barriera del fottutissimo freddo, ci guardiamo, saltelliamo e siamo due San Gennare in incognita, bellissime inside!!
Vediamo cani coi cappotti, donne con labbra gommone, tamarri con macchinone rumorose, ricchezza ostentata, il traffico che scorre veloce, nelle ùtca, la ruota panoramica che diligentemente evitiamo e succede che arriviamo nel quartiere ebraico, la grande sinagoga è chiusa il sabato, cosi esploriamo le viuzze intorno e scopriamo negozietti vintage dove ci rifugiamo per scampare al freddo pungente.
Arriviamo alla piazza degli Eroi, gigantesca, sulla quale si affacciano due musei ma quello che impera indiscusso a 36 metri di altezza è l’arcangelo Gabriele, protagonista qui e altrove, evidentemente protettore della città. E’ ancora lui in un’altra grande piazza ma l’altezza é notevolmente ridotta e sopra di lui domina l’aquila nazista, a ricordare lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Quando usciamo dall’albergo ci ritroviamo davanti una camionetta con degli oblò, contornati da sbarre e indoviniamo all’interno i detenuti, fino a quando la certezza la troviamo in un’immagine che è surreale, eppure vera, si esprime lì davanti ai nostri occhi … quattro guardie e nel mezzo un ragazzo, vestito di grigio, ammanettato a mani e piedi, fa fatica a camminare e lo stridio delle catene assordante, comunque, stringe il cuore. Camminiamo lungo il Danubio marrone, sopra di noi incombe un cielo nero, la moltitudine di luci arancioni ci avvolge nonostante il freddo, ci illude anche e la sensazione è quella di inoltrarci in una Budapest di tanto tempo fa, teatro di amori impossibili, feroci battaglie, storie non raccontate di anime dimenticate. Quando l’amore poteva uccidere, l’abbandono anche e forse è così che si è sentita Krisztina , ne Le Braci di Sàndor Màrai, letto pochi giorni fa e tutto di un fiato alla ricerca spasmodica di quella tanto agognata risposta. Il parco si apre davanti a noi una volta superata la piazza, il sole sta per tramontare, l’aria si fa umida e per loro, gli ungheresi, il sabato prende la forma di due pattini e un’immensa pista di ghiaccio luccica sotto i riflettori, musica e …. via!! La loro è una danza e restiamo imbambolate a guardarli, si divertono, si impegnano e sembrano felici di riuscire ad essere un tutt’uno col ghiaccio, a dominarlo quasi, sconfiggendo al tempo stesso il freddo, l’adrenalina ha la meglio..
La casa della musica è un fungo ribaltato, la struttura è affascinante, al suo interno le note viaggiano negli ampi spazi, si insinuano nella scala che porta al piano superiore; sono fanciulle che arpeggiano davanti ad un esiguo pubblico, forse il loro primo, le vibrazioni sono belle.
Raggiungiamo una sorta di giardino orizzontale aggrappato al tetto di un edificio, la forma è buffa, sembra il fondo di un gigantesco caicco e viene voglia di salirci sopra e correre per arrivare fino alla prua o alla poppa e vedere tutto dall’alto.
Camminiamo ancora, siamo agli sgoccioli, le falangette semi congelate nonostante i guanti tattici, i piedi oramai dimenticati, scoviamo un bar, da fuori i vetri appannati ma riusciamo a spiare l’interno e ci piace. Il caffé americano teribbbbile e il matcha di Sofia una melma dentro una scodella di considerevoli dimensioni … ma il caldo lo paghiamo e va bene così!
Tutto è stato facile e Budapest merita uno spazio di avventura, traspira forza e voglia di vivere nonostante le ferite evidenti e una storia pesante alle spalle; distrutta, maltrattata, occupata da due regimi e quindi dimenticata, é una città che ha scelto di ricostruire e rispondere; noi ci portiamo a casa una nuova forza. Grazie Budapest ma soprattutto tanta gratitudine a questa figlia che ogni volta mi stupisce per la sua energia e mi commuove perché regalarmi un viaggio è la cosa più bella; tra di noi scorre qualcosa di potente e magico da sempre, da quel giorno in cui la sua forza di venire al mondo è stata luce per me, pura ispirazione!
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